giovedì 28 agosto 2014

Giornalismo e politica: una simbiosi perfetta?

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di Francesca Ielpo

La dipendenza ideologica della stampa italiana dalle classi dirigenti. Un saggio edito da Aracne

Una corretta informazione dovrebbe muoversi sempre in modo autonomo e democratico, al di là del sistema politico vigente in un stato. D’altra parte, nel giornalismo italiano, come capita di sentire in qualche talk show televisivo, questo non succede poi così spesso. In un recente saggio di Ugo Degl’Innocenti, giornalista addetto stampa presso il Consiglio regionale del Lazio, la questione viene affrontata di petto e senza mezzi termini. Giornalismo e politica Spa. Un sodalizio canaglia (Aracne editrice, pp. 252, € 16.00) è un breve excursus di quello che rende malata l’informazione, poco libera perché legata ad un sistema politico, già corrotto di per sé. 


I «giornali-partito» e la Rai 

Scrive Sergio Rizzo, giornalista e scrittore, nella Prefazione al libro: «L’Italia è l’unico Paese al mondo nel quale il mestiere di giornalista sia storicamente così contiguo al potere e alla politica. Lo è certamente per ragioni storiche e culturali. Cui ha contribuito l’esistenza di un apparato dell’informazione pubblica pletorico e lottizzato fino al midollo». Manca la democrazia, dunque, perché, a detta del prefatore, manca una voce capace di denunciare veramente l’illegalità in cui si è immersi: coloro che dovrebbero condannare misfatti e ingiustizie sono spesso legati ai presunti oggetti di denuncia e alle stesse mancanze delle classi dirigenti. Si capisce perché il riprendersi della democrazia è azione ardua. L’autore fa un percorso a ritroso: dal giornalismo italiano dei nostri anni fino alle sue origini. Si scrive di Libero e il Giornale, la Repubblica, Il Foglio e l’Unità, si citano nomi come Giampaolo e Antonio Angelucci, Silvio e Paolo Berlusconi, Eugenio Scalfari, Concita De Gregorio. Molti giornalisti si avvicinano a personalità politiche.

Scrive Ugo Degl’Innocenti: «Spesso s’intrecciano, dando vita a un modello tutto italiano di giornalismo schierato, lontano anni luce da quello liberale angloamericano, quello del “Washington Post”, il quotidiano che ha costretto alle dimissioni il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, per intenderci». A proposito de la Repubblica e il Giornale, l’autore parla di «giornali-partito». Si legge «macchine del fango, fabbriche di dossier, questi sono i giornali oggi secondo le accuse che vengono mosse da una parte all’altra della barricata e viceversa»: niente a che vedere con la Watergate story. Da non dimenticare, in questo sistema corrotto, la Rai: «Qui l’abbraccio tra politica e giornalismo è talmente stretto che viene da pensare che fare il giornalista in Rai sia propedeutico alla carriera politica, passando magari attraverso un’esperienza da sindacalista». Giuseppe Giulietti, Lilli Gruber, Michele Santoro, David Sassoli: «Gli esempi sono tanti, ma soprattutto talmente “visibili” che riesce difficile non assimilare le redazioni della Rai a un vero e proprio vivaio di politici in erba, tanto più che è la stessa politica a governare l’azienda di viale Mazzini, attraverso le nomine dei membri del Consiglio d’amministrazione, e a decidere chi vi accede nelle direzioni delle reti, dei giornali, nelle strutture tecniche e perfino nei programmi d’intrattenimento».

Una volta spiegata la situazione giornalistica attuale, si volge lo sguardo al passato. Si viene a conoscenza di come l’informazione si atteggiasse a mestiere e mezzo di democrazia durante la Rivoluzione francese, il Risorgimento, l’Unità d’Italia, il Fascismo, il Dopoguerra. Solo dopo l’accostamento ai nostri antenati, si ritorna a discutere della situazione giornalistica attuale. I giornalisti nostrani devono iscriversi a un albo professionale ideato durante il Fascismo per tenere sotto controllo gli operatori dell’informazione, successivamente debellato e poi ripristinato nel 1963. Nascono nuove opportunità di accedervi attraverso scuole di giornalismo, università o praticantato presso una testata, ma l’offerta non cresce proporzionalmente alla domanda, e i pochi giornalisti che riescono a entrare nel mondo del lavoro non hanno un contratto. Lavorano gratuitamente o si vedono pagare il proprio articolo al prezzo di un caffè. Non a caso, il giornalismo italiano, nella classificazione proposta da Daniel C. Hallin e Paolo Mancini per le democrazie occidentali, rientra nel modello «pluralista polarizzato» dei paesi mediterranei, costituito da bassa professionalizzazione e alto intervento dello stato e da una forte connessione tra mezzi di comunicazione e partiti politici.

Credibilità, creatività, contenuti 

Ritornando alla questione della laurea, aumentano le opportunità per avvicinarsi al giornalismo, ma la disoccupazione dilaga e la sussistenza di tali specializzazioni non vede motivazioni valide, poiché la formazione giornalistica va al di là delle competenze peculiari della materia. La responsabilità dell’incremento di studenti aspiranti giornalisti è, in parte, secondo Ugo Degl’Innocenti, dell’università che propone tali corsi di laurea: «Ordine e Università stanno tentando di imbrigliare una professione ‒ in Italia fin troppo legata al potere politico ‒ che necessariamente dovrebbe essere libera. E tutto questo per autoalimentarsi di nuovi studenti e poi professionisti che ogni anno pagheranno il loro piccolo tributo alla corporazione. Ma soprattutto studenti. Di questo ha bisogno l’università per esistere». Stabilire responsabilità, in un sistema così complesso, è difficile. L’autore rassicura chi non sa più come muoversi nel mondo fluido di Internet e delle sue notizie: «A chi teme blogger, citizens journalist e altre figure del web Massimo Gaggi e Marco Bardazzi suggeriscono alcuni capisaldi del futuro professionista dell’informazione multipiattaforma che sembrano essere quelli di sempre: credibilità, creatività e contenuti».

Francesca Ielpo

(articolo tratto dal mensile di dibattito culturale e recensioni  www.bottegascriptamanent.it, anno VIII, n. 77, gennaio 2014)

venerdì 18 febbraio 2011

ACCORR'UOMO!/Ordine, s'avanza alla Camera la riforma liberticida e sforna disoccupati

C’è stata una grande mobilitazione contro la legge bavaglio sulle intercettazioni, ma nessuno s’incatena sotto la Camera contro la riforma dell’Ordine dei giornalisti, un provvedimento che intende limitare l’accesso alla professione, imponendo il percorso attraverso università e scuole di giornalismo come unico canale. Appena uscito dalla Commissione cultura per approdare nell’Aula, il disegno di legge in questione prevede che un aspirante giornalista sia laureato e sia passato OBBLIGATORIAMENTE attraverso un apposito corso post universitario prima dell’ammissione all’esame di stato. Si tratta di un modello assolutamente intollerabile in un paese democratico, a mio avviso ben peggiore dalla legge sulle intercettazioni. E’ infatti un modello d’accesso che trova riscontro solo in alcuni regimi totalitari del passato, dalla Germania nazista alla Spagna di Franco, dall’Italia fascista, quando a governare era un giornalista
diventato dittatore, alla Repubblica democratica tedesca, quando per poter fare questo mestiere bisognava prima studiare per bene il pensiero socialista all’università Karl Marx di Lipsia.

Negli Stati Uniti, i primi corsi universitari di giornalismo voluti da Joseph Pulitzer nascono nei primi del 900, ma, a tutt’oggi, non esiste un titolo legale per accedere alla professione giornalistica. E’ giornalista chi lo fa. Il senso dell’obbligo, e sottolineo l’obbligo, di fare passare i futuri giornalisti attraverso un percorso d’istruzione formale è tutto racchiuso in questo passaggio di un articolo del Torchio, giornale dei giornalisti italiani, del giugno 1928: “La scuola creerà la nuova classe educata ai più severi principii: la nuova milizia dalla mentalità uniforme, omogenea, agile, animata da un unico spirito, da una sola volontà; addestrata all’esercizio cosciente della propria professione; protesa verso un unico fine”. Naturalmente, la sola volntà e l'unico fine erano quelli del fascismo. Insomma, è un’idea balorda e liberticida - come spiegherò, ancora una volta, nel mio nuovo saggio-inchiesta di prossima pubblicazione - che può continuare a trovare proseliti solo in un paese in cui giornalismo e politica sono avvinti in un insano abbraccio da almeno due secoli.

Il disegno di legge in questione altro non è che la “rivoluzione copernicana” (sic!) del documento di indirizzo per la riforma della professione che l’Ordine dei giornalisti ha formulato per la prima volta nel 2002, riproposta da un gruppo di nostri colleghi diventati deputati. Il primo firmatario è Pino Pisicchio, eletto nell’Italia dei valori poi passato all’Alleanza per l’Italia, il movimento di Francesco Rutelli. Gli altri sono: Sandra Zampa (Pd), capo ufficio stampa di palazzo Chigi con Prodi; Giancarlo Mazzuca (Pdl), ex direttore del Quotidiano Nazionale – Resto del Carlino; Francesco Pionati, ex vicedirettore del Tg1, eletto nell’Udc ha poi dato vita all’Alleanza di centro per l’Italia; Giorgio Merlo (Pd), giornalista Rai; Giuseppe Giulietti, eletto nell’Italia dei valori (ma è del Partito democratico), già segretario dell’UsigRai; Roberto Rao, Udc, pubblicista, membro della commissione di vigilanza Rai; Matteo Salvini, Lega Nord, cessato dal mandato dopo aver optato per il parlamento europeo; Giancarlo Lehner, Pdl, ex direttore de l’Avanti! e autore di diversi libri sul comunismo; Piero Testoni, Pdl, responsabile editoria e comunicazione di Forza Italia. Dunque, l’intesa è bipartisan: da destra a sinistra, i politici sono tutti d’accordo nel voler inquadrare in un rigido percorso di studi gli aspiranti giornalisti.

Dunque, l’Ordine dei giornalisti propone oggi una riforma liberticida da paese totalitario, che appare congeniale solo al sistema universitario italiano, sempre in cerca di nuovi specchietti per attrarre studenti, non certo alla categoria dei giornalisti. Vediamo perché.

In sette anni, dal 2003 al 2010 sono stati ammessi all’esame di stato 1800 allievi provenienti dalle scuole riconosciute dall’Ordine. Il che significa che 1800 aspiranti professionisti privi di un contratto di lavoro come coloro che sono stati ammessi come vuole la legge, sono stati immessi in un mercato del lavoro che interessa poco più di 15 mila professionisti, se andiamo a vedere gli ultimi dati sulle contribuzioni Inpgi. Agli allievi delle scuole si vanno ad aggiungere i cosiddetti riconoscimenti d’ufficio, vale a dire gli ammessi all’esame di stato senza un contratto di lavoro “canonico”, ma ai quali l’Ordine ha riconosciuto un praticantato equivalente a quello previsto dalla legge, per contenuti e per reddito. La conseguenza è che negli ultimi anni i giornalisti disoccupati sono aumentati esponenzialmente: nel 2004 c’erano 1.500 iscritti negli elenchi tenuti dalla commissione paritetica Fieg-Fnsi, nel 2006 erano 2.650.

L’ultimo dato che ho raccolto dalla Fnsi è relativo a settembre 2010: i disoccupati erano 4.718.

Il reddito rappresenta il pilastro su cui si poggia tutto l’impianto normativo – contrattuale della nostra professione. Un pilastro che appare oggi gravemente lesionato. Infatti, da più di ottanta anni diventa professionista chi lavora già: la figura del praticante compare nell’ordinamento nel 1928 con il decreto d’attuazione della legge sulla stampa del 1925, trova riconoscimento nel contratto di lavoro del 1932 e in quello del 1939 ne viene previsto il trattamento economico. L’ammissione degli allievi delle scuole avviene per un breve periodo in quegli anni ed è previsto da un regio decreto del 1929 che verrà implicitamente abrogato con la legge 69 del 1963 che è quella attualmente in vigore.

Quindi, ciò che l’Ordine sta permettendo oggi è contro la stessa legge che lo istituisce, come hanno fatto notare i deputati radicali al ministro della giustizia Alfano in un’interrogazione parlamentare della fine del 2008 che però non ha ancora ottenuto risposta. Tuttavia, volendo essere benevoli, potremmo guardare questa esperienza come una sorta di fase sperimentale ad uso e consumo del disegno di legge uscito dalla Commissione cultura della Camera. Ma qual è il risultato della sperimentazione? Quasi cinquemila disoccupati: questo è il risultato.

D’altronde, durante l’acceso dibattito sulle scuole in epoca fascista, Curzio Malaparte l’aveva pronosticato, così pure il deputato democristiano Mariano Pintus durante i lavori preparatori della legge 69 del 1963: scuole di giornalismo uguale fabbriche di disoccupati.

venerdì 29 gennaio 2010

lunedì 30 marzo 2009

L'altra faccia del giornalismo italiano

Tra tanti libri scritti per magnificare l’epica del giornalismo italiano o per descrivere agli studenti le tecniche del mestiere, il saggio-dossier “Giornalisti ieri, oggi. E domani?” svela l’altra faccia del giornalismo italiano: disoccupazione e precariato in continuo aumento e una riforma dell’accesso che falsa la logica del mercato del lavoro giornalistico.

Mentre al di là e dell’Oceano i quotidiani cartacei chiudono e ci si interroga sul futuro dei mestieri dell’informazione, l’Ordine dei giornalisti vorrebbe consentire l’ammissione all'esame di Stato per diventare professionista esclusivamente agli allievi delle scuole autorizzate. La legge non lo prevede, ma, a tutt’oggi, da Palermo a Milano, esistono 21 corsi di giornalismo riconosciuti dall’Ordine, proliferati in gran parte negli ultimi anni. Ce n’è uno pure a Sora, cittadina del Frusinate di 26 mila abitanti.

La legge sull’ordinamento della professione giornalistica prevede che siano ammessi all'esame di Stato solo coloro che hanno un contratto di lavoro e abbiano maturato un periodo di pratica giornalistica non inferiore a diciotto mesi ( art. 34 della legge 69 del 1963). L’Ordine, invece, permette di diventare professionista a centinaia di aspiranti provenienti dalle scuole, provocando così un eccesso d’offerta di giornalisti sulla domanda da parte degli editori.

Il modello d’accesso che sta tentando d’imporre l’Ordine non ha eguali nelle democrazie occidentali, è potenzialmente liberticida, è in contrasto con i principi costituzionali ed è simile solo ai modelli della Germania nazista, della Repubblica democratica tedesca e della Spagna di Franco, pensati per rendere stringente il controllo dello stato sull’informazione. Una volta entrata a regime la riforma, l’accesso sarebbe consentito esclusivamente a coloro che hanno frequentato corsi biennali post-laurea negli istituti di formazione riconosciuti.

Dalla letteratura emerge la pratica in redazione come elemento indispensabile nella formazione del futuro giornalista, momento di socializzazione e di trasmissione dei saperi. Non altrettanto centrale appare la formazione accademica, tantomeno i corsi di giornalismo delle università. Attraverso i lavori preparatori della legge 69 del 1963 che istituì l'Ordine dei giornalisti, il saggio-dossier "Giornalisti ieri, oggi. E domani?" restitusce i motivi che portarono il legislatore a escludere l'equiparazione del praticantato in una redazione e la frequenza di un corso di giornalismo e conduce all'inevitabile conclusione che oggi l'Ordine viola la legge ammettendo all'esame di Stato gli allievi delle scuole riconosciute. Tale presunta violazione, emersa dal saggio-dossier, è anche oggetto di un'interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia, al quale la legge attribuisce il compito di alta vigilanza sull'Ordine dei giornalisti.

Il saggio-dossier "Giornalisti ieri, oggi. E domani?" è acquistabile attraverso il sito ilmiolibro.it


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